Le paure e le angosce della guerra in Ucraina. Come gestirle.

La guerra in Ucraina: preoccupa, spaventa e produce angoscia. C’è chi passa da un telegiornale all’altro e non si perde le maratone televisive dedicate al dramma “a un passo da noi”. C’è chi si limita ad acquisire poche informazioni essenziali e mantiene una certa distanza, oppure chi, pur volendosi tenere aggiornato ora dopo ora, non regge all’escalation dei fatti e alla crudezza delle immagini che giungono dalle zone coinvolte nel conflitto.
Ossessione per la notizia, disinteresse o eccessiva sensibilità? Perché le reazioni di noi “spettatori” sono così diverse?
Per comprenderlo è necessario capire cosa accade nella nostra psiche quando scoppia un evento come quello che sta coinvolgendo l’Ucraina. È inevitabile, infatti, e assolutamente normale, avvertire la necessità di recuperare informazioni. Dal punto di vista psicologico, sapere come e quando è stato sferrato l’attacco della Russia ai danni della popolazione ucraina, come sta procedendo, quali conseguenze potrà avere sul resto d’Europa, quanti tra morti e feriti ci sono, se c’è pericolo di attacco nucleare, chimico o batteriologico, in che modo noi o i nostri cari possiamo venire toccati da questo evento corrisponde al bisogno di ciascuno di noi di ottenere risposte che mettano a tacere le nostre angosce e paure.
Più siamo governati dalle paure, maggiore sarà la ricerca di conferme o di smentite capaci di colmare quel vuoto che la paura stessa genera in noi. È questo vuoto, causa di sofferenze di varia entità, il vero problema.
Acquisire informazioni e notizie ci mette in qualche modo “al sicuro”, ci consente di dare ordine al vuoto. Paradossalmente, il non sapere diventa ancora più spaventoso del sapere, per quanto drammatico possa essere.
Questa ricerca continua di informazioni, di testimonianze e di immagini porta con sé però una doppia insidia: l’effetto choc e l’effetto assuefazione. Il primo può indurre a ritrarsi fino a ignorare le atrocità. Il secondo può portare lo spettatore a uno stato di indifferenza.
Il rischio è di sovrapporre e confondere la cronaca di guerra con il cosiddetto “splatter”, genere esasperato volutamente cercato da un filone del cinema horror.
Mantenendo il focus sulla psiche e sul suo funzionamento, è come quando in psicoanalisi si dice “entrare nella stanza dei genitori”: si viola un tabù e si mostra tutto.
Tutto è indifferenza, nel senso che non ci sono più differenziazioni. Si rischia di creare un effetto “Grande fratello”, mal-grado i telegiornali e gli speciali di approfondimento propongano contenuti completamente differenti dai reality e debbano essere di conseguenza giudicati in modo diverso. La spinta a guardarli senza soluzione di continuità o, al contrario, a evitarli deliberatamente dovrebbe indurre a riflettere. I differenti approcci alle notizie di guerra, da un punto di vista psicologico, vanno trattati differenziando il piano concreto da quello simbolico. Il piano concreto è rappresentato dalle immagini fornite dai mezzi di comunicazione, quello simbolico è costituito dalle nostre paure.
Ha sicuramente sconvolto molte coscienze l’immagine della giovane coppia ucraina che si reca disperata in ospedale tenendo tra le braccia il figlioletto di diciotto mesi in fin di vita.
Cosa significa non reggere la visione di quella scena? Significa rifiutare il dolore e la morte in quanto tali condannandoli o significa non essere in grado di affrontare e gestire la paura che provocano dentro di noi?
Evitare di vedere quelle immagini di guerra può essere paragonato al timore che alcuni pazienti nutrono nei confronti della psicoterapia? Ovvero il timore di scoprire dentro di sé scenari che possono turbare profondamente?
C’è però un’importante differenza tra il reale delle notizie e il simbolico affrontato dalla psicoterapia: in terapia le persone non si trovano di fronte a una scena, ma si avvicinano al pensiero della scena stessa. Possono cioè pensare senza avere il bisogno di vivere concretamente un tema che non deve necessariamente spaventarle, ma che può rivelare anche aspetti positivi e rasserenanti. Mentre nella realtà la guerra scatta sempre dal bisogno di affermare con violenza il proprio pensiero, in psicoterapia il pensiero è materia di dialogo e di ascolto.

di Elena Stefani
Psicologa psicoterapeuta

STUDIO DOTTOR BOVA

CENTRO DI PSICHIATRIA E PSICOTERAPIA

www.studiodottorbova.it